Le figure retoriche: cosa sono e come si suddividono
Vuoi scoprire cosa sono le figure retoriche e come utilizzarle? Non ti resta che leggere questo articolo scritto dai nostri esperti.
Figure retoriche: quando utilizzarle e come scriverle
Uno degli strumenti stilistici più utilizzati nella poesia (e non) e che costituisce le scelte con cui l’autore si esprime è caratterizzato dalla figura retorica. Essa non si trova soltanto sui libri di letteratura, ma anche nel linguaggio parlato di oggi.
Infatti, molte volte tendiamo ad utilizzare figure retoriche quando comunichiamo con una persona e non ce ne rendiamo neanche conto. Quando, ad esempio, ci capita di paragonare una persona o qualcuno a qualcosa di brutto o bello che sia, stiamo utilizzando una similitudine.
O ancora, quando invece di bussare utilizziamo l’espressione “toc-toc” stiamo utilizzando una onomatopea. Insomma, la figura retorica è diventata parte integrante del nostro linguaggio ed è diventata una normalità.
Le figure retoriche, però, possono essere utilizzate anche quando intendiamo esprimere un concetto che per un’altra persona può risultare negativo o anche offensivo. Utilizzando, invece, una figura retorica, le parole sono “attenuate” e quindi non si rischia di essere fraintesi.
In casi come questi, invece, si parla di eufemismo e non a caso, la parola deriva dal greco il cui significato è “dire parole di buon augurio”. Dunque, l’eufemismo non è altro che la sostituzione di un termine con un altro che possa assumere un significato diverso.
Così come anche Manzoni utilizzava spesso l’eufemismo nelle sue opere, noi nel linguaggio parlato tendiamo ad inserirlo all’interno di una frase.
In questo articolo, quindi, vedremo cosa sono le figure retoriche e le categorie in cui si suddividono con alcuni esempi.
Inoltre, vedremo la rilevanza che aveva la figura retorica nella poesia italiana perché ogni grande poeta è riuscito ad edificare le fondamenta della lingua italiana di oggi ed infine, vedremo come la figura retorica viene utilizzata nel linguaggio parlato di oggi.
Cosa sono le figure retoriche?
Quindi, una figura retorica è una parola o un insieme di parole differenti dai vocaboli che utilizziamo solitamente oppure vengono semplicemente usate diversamente da quello usuale.
Infatti, il termine “retorica” indica proprio l’abbellimento del linguaggio che chi parla decide di usare al fine di impressionare l’interlocutore. Le figure retoriche, però, sono tantissime e per questo motivo si dividono in tre categorie.
Pertanto, andremo a vedere insieme che la figura retorica si divide nelle seguenti categorie:
- Le figure retoriche di significato;
- Figure retoriche di suono;
- Le figure retoriche di ordine.
La classificazione delle figure retoriche
Come abbiamo appena detto, le figure retoriche sono tantissime e nonostante alcune le conosciamo, altre sono più inusuali ma comunque affascinanti ed è per questo che sono raggruppate in tre ordini. Tra cui:
Figure retoriche di significato
Le figure retoriche di significato sono anche note come “semantiche” e riguardano uno spostamento di significato delle parole all’interno della frase stessa.
Figure retoriche di suono
Le figure retoriche di suono, invece, sono anche dette “fonetiche”. Infatti, esse sono tutte quelle che riguardano l’aspetto fonico e il ritmo delle parole.
Figure retoriche di ordine
Infine, le figure retoriche di ordine comprendono la disposizione di due o più parole all’interno della frase.
Figure retoriche di significato: quali sono?

Incominciando dalla prima categoria della figura retorica, troviamo le figure retoriche di significato che modificano il significato di una parola provando a dare informazioni in più, ampliando il concetto o esprimendolo in maniera differente.
Le figure retoriche inserite in questa categoria sono spesso utilizzate in prosa e nella poesia, tra cui:
Antitesi
L’antitesi è la prima figura retorica di questa categoria, il cui significato è letteralmente “contrasto, opposizione“.
Pertanto, l’antitesi è una figura retorica che pone in contrapposizione due o più parole oppure espressioni aventi un significato opposto con l’obiettivo di dar loro più risalto.
Alcuni esempi di antitesi che esprimono un significato opposto sono: “Non brutto, ma bello” oppure “Una casa apparve e sparì tutto d’un tratto” e così via.
Ossimoro
L’ossimoro, invece, è una figura retorica che consiste nel accostamento di due parole di senso opposto o che comunque, le due parole siano appartenenti a sfere opposte di significato.
Due esempi di ossimoro possono essere: “ghiaccio bollente“, “intelligente stolto” e così via.
Qual è la differenza tra antitesi ed ossimoro?
All’apparenza, la definizione di antitesi e ossimoro possono risultare uguali ma in realtà non così. Infatti, nonostante esse siano così simili fra di loro, ci sono ben tre differenze che permettono ad entrambe di distinguersi come figure retoriche. Tra cui:
- La posizione: nel caso dell’antitesi, i due termini possono trovarsi anche a distanza e quindi, nello stesso verso oppure in versi lontani fra loro. Nell’ossimoro, invece, le parole di senso opposto si trovano una dopo l’altra all’interno di una frase;
- L’uso della negazione: nell’antitesi, l’opposizione fra due parole può essere formata utilizzando il termine “non”, mentre nell’ossimono ciò non accade;
- Il significato: l’ultima differenza riguarda il significato perché nell’antitesi vi è un nesso logico, ma nell’ossimoro le due parole non hanno un senso né tanto meno sono collegate.
Iperbole
L’iperbole è una delle figure retoriche più utilizzate sia nel linguaggio comune che nella letteratura e consiste nell’enfatizzare un concetto. La stessa parola iperbole, infatti, deriva dal greco e il significato è “lanciare oltre“.
Ciò significa che la figura retorica dell’iperbole consiste nell’ingigantire o rimpicciolire un’immagine figurativa. Il più chiaro esempio è la frase che utilizziamo quando non vediamo una persona da molto tempo, esclamando: “Non ti vedo da un secolo!“.
Litote
La litote è un’altra figura retorica che consiste nell’esprimere un concetto utilizzando un termine diverso, quindi il suo contrario. Anche questa è abbastanza utilizzata in poesia ma soprattutto nel linguaggio quotidiano, quando vogliamo enfatizzare o attenuare un concetto in senso ironico.
Un esempio di litote può essere la frase: “Don Abbondio non era nato con un cuor di leone e ha fatto non pochi sacrifici“.
Metonimia
La metonimia, il cui significato deriva dal greco e significa “scambio di nome“, consiste nel sostituire due termini che hanno fra loro una continuità logica e che fanno parte dello stesso campo semantico.
La figura retorica della metonimia è abbastanza simile alla metafora e alla sineddoche, ma essa si differenza per la tipologia di rapporto che lega le due parole in sostituzione. Tra quelle più utilizzate, ci sono:
- Causa per l’effetto: come ad esempio, “sentire il telefono” per avvertire qualcuno di aver sentito lo squillo del telefono;
- Contenente per il contenuto: come ad esempio, “bersi una tazza di caffè”, per specificare il contenuto liquido anziché il recipiente;
- L’autore per l’opera: come ad esempio, “adoro Leopardi”, per indicare le opere di questo autore;
- Materiale per l’oggetto: come ad esempio, “ferro” per indicare una spada;
- Il concreto per l’astratto: come ad esempio, “avere del fegato” per indicare che qualcuno possiede coraggio;
- L’astratto per il concreto: come ad esempio, “l’infanzia” per indicare che si sta parlando dei bambini.
- Nome proprio per nome comune: come ad esempio, “Pio X” per indicare che si sta parlando del papa.
Metafora
La figura retorica che più conosciamo in assoluto è la metafora ed è una figura retorica che consiste nel creare un termine di paragone tra una parola e l’altra in maniera implicita.
A differenza della similitudine che usa il “come”, la metafora trasferisce il significato di due parole che hanno una somiglianza fra loro.
Quali sono alcuni esempi in cui viene usata la metafora?
Adesso, infatti, per comprendere meglio questa figura retorica possiamo prendere come punto di riferimento il linguaggio comune di oggi con delle frasi fatte. Quante volte ti sarà capitato di sentire “Sei un leone“?
Chi utilizza questa frase vuole intendere che un individuo ritiene che una persona sia forte proprio come un leone. E ancora, quante altre volte ti è capitato di sentire “Mi mancano gli anni verdi“?
Utilizzare questa frase vuol dire che ad una persona mancano i tempi della gioventù poiché gli anni versi sono associati a ciò.
Qual è la differenza tra metafora e metonimia?
Dato che la differenza tra similitudine e metafora è abbastanza evidente, può capitare comunque che si possa fare confusione tra metafora e metonimia. Infatti, per riuscire a distinguere queste due principali figure retoriche, possiamo darti dei consigli.
L’elemento principale da ricordare è che nella metafora, la relazione che si instaura tra due termini si basa su campi di significato diverso. Quando ad esempio, diciamo ad una persona “sei una tartaruga”, indirettamente, trasportiamo l’essere umano in una figura animale.
Nella metonimia, invece, la sostituzione avviene in modo meno netto. Se prendiamo come ad esempio, la frase “Adoro Leopardi” stiamo indicando le sue opere e quindi, trasportiamo lo stesso autore nello stesso campo semantico, ossia le sue opere.
Similitudine
Come abbiamo anticipato prima, la similitudine è una delle figure retoriche più conosciute oltre alla metafora.
Tuttavia, nel caso della similitudine, l’interno è quello di creare termini di paragone tra una parola e l’altra avvalendosi dell’uso del “come“. Ad esempio: “Sei lento come una tartagura“.
Sineddoche
Il termine sineddoche deriva dal greco e alla lettera, significa “prendo insieme“. Da ciò possiamo già intuire di cosa si tratta questa figura retorica perché viene usata per indicare con un termine un gruppo più vasto.
Pertanto, la sineddoche è una figura retorica che consiste nel prendere tutto insieme e quindi “una parte per il tutto“. Andiamo, quindi, a vedere alcuni esempi in cui è possibile usare la sineddoche al fine di comprendere meglio il suo significato.
Quali sono degli esempi di sineddoche
Per quanto riguarda la figura retorica della sineddoche, ci sono tanti contesti in cui può essere utilizzata. Come ad esempio:
- Il tutto per la parte: quando, ad esempio, diciamo “una pelliccia di volpe” per specificare che la pelliccia che stiamo vedendo è stata realizzata con il pelo della volpe;
- La parte per il tutto: quando diciamo, ad esempio, “guarda quella vela” per indicare una barca;
- Il genere per la specie: nel momento in cui stiamo vedendo il cielo ed esclamiamo: “Guarda quel gruppo di volatili” per indicare che si trovano degli uccelli;
- Singolare per il plurale o viceversa: “l’indiano” per indicare gli uomini indiani;
- Il determinato per l’indeterminato: ad esempio, Catullo che in un suo verso scrisse “mille baci” per indicare tanti baci.
Figure retoriche – Sinestesia
La sinestesia, al contrario, è una figura retorica che consiste nell’associare due termini poste su due sfere sensoriali diverse. Le sfere sensoriali sono cinque: l’olfatto, il gusto, il tatto, la vista e l’udito.
Pertanto, un esempio in cui è possibile utilizzare una sinestesia è quando si dice: “ho sentito un rumore” oppure “ho visto un suono” e così via. Tuttavia, la sinestesia è comunque una figura retorica che non ha nulla a che fare con quelle del suono, ma del significato.
Personificazione
Infine, nelle figure retoriche di significato, troviamo la personificazione che solitamente è usata sia nella poesia che nel linguaggio comune di ognuno di noi.
La personificazione consiste nell’attribuzione di qualità umane ad oggetti inanimati, come ad esempio gli oggetti o gli animali. Alcuni esempi di personificazione sono: “le nuvole stanche” oppure “la fontana malata” e così via.
Figure retoriche di suono: quali sono?
Procediamo, adesso, con la seconda categoria delle figure retoriche principali: ossia, le figure di suono. Come abbiamo detto agli inizi, le figure retoriche di suono sono anche dette “foniche” perché riguardano il suono ed il ritmo di una parola.
Dunque, il compito delle figure retoriche di suono è quello di dare ulteriore musicalità al verso che si legge. Di conseguenza, l’effetto della comunicazione risulterà maggiore e, ovviamente, amplificato.
Le figure retoriche, nella poesia, che riguardano il suono sono:
Allitterazione
La prima figura retorica che troviamo è l’allitterazione perché è una delle più utilizzate. Questa è una figura retorica che consiste nella ripetizione di uno o più suoni o fonemi all’inizio di due parole al loro interno o prossime fra loro attraverso la ripetizione di vocali o consonanti. Come ad esempio: “Tanto gentile e tanto onesta pare”.
Tra l’altro, molto spessso si è soliti utilizzare l’allitterazione attribuendo ad essa un valore onomatopeutico al fine di dare ulteriore risalto agli effetti musicali.
L’obiettivo, quindi, è quello di evocare nel lettore le sensazioni dell’ambiente, dell’oggetto o dell’animale di cui si sta parlando.
Assonanza
L’assonanza, invece, è una figura retorica abbastanza comune nella poesia popolare. Infatti, questa è una figura retorica che consiste nel far terminare due o più versi con parole aventi le stesse vocali incominciando da quella accentata, ma al tempo stesso, avendo consonanti differenti fra loro, con suono simile.
Ecco un esempio di assonanza: “Il vento soffia e nevica la frasca,/ e tu non torni ancora al tuo paese!/ Quando partisti, come son rimasta!”
Consonanza
La consonanza, invece, è l’esatto opposto dell’assonanza e quindi, è una figura retorica che consiste nell’avere due parole in rima con uguali le consonanti incominciando dall’ultima vocale.
Onomatopea
L’onomatopea è una figura retorica che consiste nel riprodurre un suono o un rumore di oggetti, animali o ambienti in parole.
In particolar modo, l’onomatopea viene usata spesso non soltanto nella poesia ma anche nei fumetti dei giorni nostri.
Le parole, e quindi anche esempi di onomatopea, sono: “sigh” per indicare sgomento, “ring” per indicare lo squillo del telefono, “splash” per indicare uno spruzzo d’acqua.
Ciò non toglie che anche alcuni poeti utilizzarono l’onomatopea nelle loro opere, come ad esempio Pascoli nel verso “Nei campi, c’è un breve gre-gre di ranelle”. Infatti, anche la parola “gre-gre” indica il rumore che fanno le rane.
Figure retoriche di ordine: quali sono?
Infine, abbiamo le figure retoriche di ordine che è l’ultima categoria con cui si suddividono. A differenza delle altre, le figure retoriche di ordine si suddividono in diversi modi. Tra cui:
Anafora
L’anafora è la prima figura retorica che consiste nella ripetizione di una parola o più agli inizi di una frase o di un verso. In questo modo, l’obiettivo è quello di rimarcare ulteriormente un concetto espresso.
Non a caso, la parola “anafora” deriva dal greco e alla lettera, significa esattamente “ripresa”. Questa figura retorica è stata utilizzata da Dante in un verso nel III canto dell’Inferno, ma ciò non toglie che essa è utilizzata spesso anche nelle filastrocche.
Un esempio di anafora è un verso di Giosuè Carducci: “Sei nella terra fredda/Sei nella terra nera/ Né il sol più ti rallegra / Né ti risveglia l’amor”.
Epifora
L‘epifora è un’altra figura retorica conosciuta anche come “epistrofe” e consiste nella ripetizione delle stesse parole o termini con significato simile alla fine dei versi. Pertanto, così come nell’anafora, l’obiettivo dell’epifora è quello di rimarcare un concetto.
Un esempio di epifora è il verso tratto da La pioggia nel pineto: “più sordo e più fioco s’allenta e si spegne./Solo una nota/ ancor trema, si spegne/risorge, trema, si spegne.
Anastrofe
Per quanto riguarda l’anastrofe, essa è una figura retorica nota anche come inversione. Infatti, l’anastrofe ha l’obiettivo di invertire l’ordine usuale delle parole.
Come ad esempio, la frase di Leopardi nella poesia dedicata a Silvia: “Allor che all’opre femminili intenta sedevi, assai contenta”.
Chiasmo
Il chiasmo è la terzultima figura retorica che possiamo trovare nella categoria delle figure retoriche di ordine. Il chiasmo consiste nell’incrociare elementi legati tra loro attraverso una sorta di X.
Pertanto, parliamo di una vera e propria disposizione incrociata tra due coppie di parole. Che si tratti di prosa o versi, lo schema utilizzato dal chiasmo è il seguente: A, B, A’, B’.
Un esempio di chiasmo è la frase dell’Orlando Furioso di Ludovico Ariosto: “Le donne, i cavallier, l’arme, gli amori“.
Climax
Il climax è un’altra figura retorica che è conosciuta anche con il nome di “gradazione”. Infatti, il climac consiste nella disposizione di parole in modo da ottenere una vera e propria graduazione progressiva.
Quindi, dal più forte al più debole o viceversa, riuscendo a creare un climax discendente oppure ascendente. La figura retorica del climax è abbastanza utilizzata anche nelle opere scritte da Giacomo Leopardi.
Come ad esempio: “e qui per terra mi getto, e grido, e fremo” ne Le sere del dì di festa, ma anche di Pascoli ne Il lampo: “la terra ansante, livida, in sussulto; il cielo ingombro, tragico, disfatto“.
Iperbato
Infine, l’iperbato è l’ultima figura retorica che consiste nell’inserire all’interno della frase dei segmenti per riuscire ad alterare l’ordine naturale della frase stessa. Di conseguenza, il contenuto assumerà ovviamente un significato differente.
Molto spesso, la figura retorica dell’iperbato viene confusa con quella dell’anastrofe in quanto si basa anch’essa su una disposizione differente delle parole rispetto al solito.
Tuttavia, nel caso dell’anastrofe, l’ordine delle parole è capovolto rispetto al normale ma nel caso dell’iperbato, invece, tutti i termini vicini fra loro sono distanziati inserendone altri nuovi.
Un autore che spesso utilizzata l’iperbato all’interno delle sue opere era Ugo Foscolo. In particolar modo, nella sua opera “Dei Sepolcri”, vi è un chiaro esempio di iperbato: “Ove più il Sole/ Per me alla terra non fecondi questa/Bella d’erbe famiglia e d’animali”.
Le figure retoriche più usate nella poesia
Nella poesia italiana ci sono stati tantissimi autori, quali Dante, Giovanni Pascoli, Francesco Petrarca, Giacomo Leopardi ecc., che nelle loro rispettive opere utilizzarono tantissime figure retoriche.
Pertanto, andiamo a vedere insieme quali sono al fine di comprendere meglio il concetto generale di figura retorica.
Dante

Nella storia della poesia italiana, tutti avranno sentito parlare o studiato almeno una volta la Divina Commedia di Dante Alighieri.
Per chi, invece, non lo sapesse, la Divina Commedia è un’opera allegorica-didascalica che descrive il viaggio simbolico ed immaginario dell’autore. Dante, nella Divina Commedia, utilizza tantissime figure retoriche con cui riuscì ad esprimere i suoi stati d’animo.
Come ad esempio l’anafora, nel primo verso del III canto dell’Inferno: “Per me si va nella città dolente, per me si va fra la perduta gente, per me si va nell’eterno dolore.” In questo caso, Dante vuole esprimere:
- L’ingresso in una città sofferente, “si va nella città dolente”;
- Tra i dannati, ossia quelli condannati all’inferno: “per me si va fra la perduta gente”;
- In un luogo in cui si soffrirà sempre: “si va nell’eterno dolore”.
In particolare, la figura retorica di Dante risiede nella ripetizione di due o più parole all’inizio della frase. Da quello che potrai notare, l’autore ripete “Per me si va nella città dolente, per me si va tra la perduta gente, per me si va nell’eterno dolore”.
Giovanni Pascoli

Giovanni Pascoli fu un’altra figura italiana di grande spessore nella letteratura intorno la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento. Pascoli utilizzava molto le figure retoriche all’interno dei suoi brani, in particolar modo nella poesia “Novembre”.
Infatti, all’interno di questo componimento, possiamo evincere l’uso di più di una figura retorica. Ad esempio, l’utilizzo della consonanza in termini come: cuore, amaro, chiaro, fiore.
Anche l’utilizzo dell’ossimoro è abbastanza utilizzato dall’autore per esprimere “l’estate fredda” dei morti.
O ancora, la sinestesia nei termini come “cadere fragile” così come anche le allitterazioni, come ad esempio: la S per parole come secco, stecchite, segnano, sereno, ma anche la V per parole come vuoto e cavo ed la N e la T per nere trame.
Giacomo Leopardi

Giacomo Leopardi, invece, fu un rinomato poeta dell’Ottocento italiano così come a livello internazionale, Giacomo Leopardi fu conosciuto per tantissime opere. Ognuna di esse contiene figure retoriche importanti per enfatizzare i concetti espressi e il suo amore per Silvia.
Un esempio è la poesia dedicata ad ella, utilizzando un’anastrofe: “Allor che all’opre femminili intenta sedevi, assai contenta”.
Così come anche l’iperbole utilizzata nell’opera L’Infinito: “Ma sedendo e mirando, interminati / spazi di là da quella, e sovrumani / silenzi, e profondissima quiete”. In questa frase, le parole “sovrumani silenzi” sono un’iperbole.
Francesco Petrarca

Infine, abbiamo Francesco Petrarca che fu un grandissimo autore proveniente dal periodo dell’Umanesimo. Petrarca fu considerato il fondatore della lingua italiana perché, grazie alle sue opere, riuscì ad essere un modello d’ispirazione.
Anche lui come tutti gli altri autori italiani, si avvale dell’utilizzo delle figure retoriche nelle sue opere. Tuttavia, a differenza degli altri autori. Petrarca utilizzava quattro figure retoriche in maniera piuttosto frequente: ossia, l’ossimoro, l’antitesi, la similitudine, la metafora.
Alcune spiegazioni
Nella spiegazione di ogni figura retorica, abbiamo detto che l’ossimoro si ha quando si unisce due termini che sono in contrasto tra loro e di conseguenza, si escludono. Infatti, nel sonetto Pace non trovo e non ho da far guerra, Petrarca scrisse: “piangendo rido.”
Ovviamente, si tratta di un ossimoro perché il pianto e il riso sono due parole differenti fra loro e che si escludono, ma nonostante ciò Petrarca li accostò.
Il motivo per cui decise di fare ciò fu per evidenziare l’incertezza e la confusione che erano parte integrante del suo animo incerto. Non a caso, l’interno sonetto fu basato sulla presenza di molteplici ossimori.
Un’altra figura retorica abbastanza utilizzata dall’autore fu la metafora che, come spiegato già prima, si tratta di sostituire un termine proprio con un termine figurativo. Nel caso dell’autore, l’esempio più chiaro riguarda l’innamoramento di egli per la fanciulla Laura.
Egli descrive e associa la sensazione dell’innamoramento a quello di un incendio che divampa o comunque, di un fuoco che brucia. I termini incendio e fuoco sono parole figurative utilizzate dall’autore per esprimere, quindi, la passione amorosa nei confronti di Laura.
Per comprendere meglio tutto ciò, basti pensare al sonetto “O cameretta che già fosti un porto” in cui la vita del poeta viene associata a quella delle tempeste del mare e la quiete che lui tanto ricerca è indicata dal famoso “porto sicuro” per indicare protezione.
Similitudine
La terza figura retorica utilizzata è la similitudine e consiste nel fare un paragone fra due immagini figurative. Infatti, per comprendere meglio in che modo Petrarca utilizza questa figura retorica, ci basti pensare al sonetto “Movesi il vecchierel canuto et biancho”.
Questo sonetto parla di un viaggio di devozione di un vecchio signore al fine di venerare il famoso telo della Veronica ed è paragonato alla ricerca, ossia il viaggio profano, che Petrarca dedice di compiere con l’obiettivo di riuscire a vedere finalmente il volto di Laura tra quello delle altre donne.
Figure retoriche – Antitesi
Infine, l’ultima figura retorica utilizzata dal poeta è l’antitesi che riguarda l’accostamento di frasi aventi significato opposto. Ciò lo possiamo evincere nel sonetto del poeta: “Zephiro torna, e ‘I bel tempo rimena.”
Nelle quartine di questo sonetto, il poeta aveva intenzione di esprimere tutta la sua gioia del ritorno della primavera, mentre le due terzine del contenuto esprimono chiaramente tutta la sofferenza e la malinconia provata per il ricordo della morte di suo padre avvenuta quattro anni prima.
In questi sonetti, il poeta decide di applicare la famosa tecnica dell’enjambement, nel momento in cui il senso del verso terminato viene ripreso con la prima parola nel verso successivo.
Infatti, questa parola viene poi messa continuamente in evidenza come accadde nella prima terzina del sonetto precedente, ossia “Zephiro torna, e l’ bel tempo rimena”, cioè i sospiri.
Le figure retoriche nel linguaggio comune di oggi
Ricapitolando quanto detto fino ad ora, la figura retorica è una tipologia di forma letteraria con cui si ha intenzione di creare un effetto, che sia esso di suono o anche solo di significato, all’interno di una frase.
Pertanto, il linguaggio risulterà essere quasi forzato in confronto al linguaggio comune con cui noi dialoghiamo oggi. Alcune volte, le figure retoriche sono anche considerate una deviazione dall’espressione comune che adoperiamo.
Tuttavia, nel nostro linguaggio, utilizziamo, molto più frequentemente di ciò che pensiamo, le figure retoriche. Che sia per enfatizzare un concetto o per sminuire un problema, tutti noi abbiamo utilizzato una metafora o una similitudine almeno una volta nella vita.
Se agli inizi le figure retoriche nacquero con l’intento di svolgere discorsi all’interno della giuria nell’antica Grecia, ad oggi sono utilizzate nel quotidiano. Se prima imparare le figure retoriche era un’impresa per aspirare a diventare un vero oratore, ad oggi è molto più semplice.
Già all’inserimento della scuola, anche i bambini iniziano a studiare cosa siano le figure retoriche di suono, di ordine e di significato.
Nonostante abbiamo fatto riferimento ai grandi poeti, è anche grazie a loro se la cultura delle figure retoriche sia così insita in ognuno di noi.
In questo articolo, abbiamo visto come le figure retoriche possano essere utilizzate nella poesia, ma ciò non toglie che si possono utilizzare anche in altri ambiti.
Figure retoriche nel copywriting
Anche nel copywriting e nella scrittura di messaggi pubblicitari, frequentemente vengono utilizzare delle figure retoriche. Queste servono per poter comunicare meglio con le altre persone e per potersi assicurare che il messaggio possa essere recepito più facilmente.
Il copywriter deve essere in grado di utilizzare questi artefici per dare un effetto maggiore a un messaggio, aumentandone la sua capacità persuasiva. Gli spot più famosi utilizzano le figure retoriche e anche per questo sono particolarmente riconoscibili, efficaci e anche memorabili.
Alcuni esempi in questo senso potrebbero essere:
- “Bene? Benegol”;
- “Ceres, c’è”;
- Lavazza “Più lo mandi giù e più ti tira su”;
- “Liscia, gassata o Ferrarelle?”
- “Che mondo sarebbe senza Nutella?”
E anche tante altre.
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